mercoledì 31 agosto 2011

Spirito servile

A causa delle recenti vicende sul bilancio italiano, è diffusa una tesi – che ha avuto perfino eco su “La Stampa” in base alla quale gli italiani sono un popolo inadatto a scegliersi i propri governanti, e per i quali sarebbe necessario essere governati dai tedeschi o dagli svedesi (qui un esempio di queste proposte).

La logica è, notoriamente, materia noiosa. Si afferma che gli italiani sono inadatti a scegliere da chi farsi governare, ed è buffissimo che a farlo siano coloro che accusano il nostro attuale PdC di essere un dittatore.

Ossia, questi personaggi riescono ad affermare simultaneamente, senza sentirsi in contraddizione, che:

- gli italiani non sanno scegliere i propri governanti, quindi hanno bisogno di qualcun altro che scelga al posto loro

- il nostro PdC è accusato di golpe, ossia di cercare di ottenere il potere al di fuori del consenso democratico.

Al di là dello spirito servile che queste affermazioni evidenziano, sorge una domanda piuttosto spontanea: se alcune persone ritengono di essere incapaci di governarsi, perchè non propongono semplicemente una dittatura? O perchè non rinunciano a votare?

domenica 20 marzo 2011

La Libia Liberata (tm)

(da uno che fa finta di assomigliarmi)


Facciamo un ragionamento, giusto per mettere due idee sulla carta.

A seguito delle rivolte che ci sono state in medio oriente, qualcuno, che ancora non si sa bene chi sia, ha deciso che fosse ora di buttare giù Gheddafi.
Gheddafi è un dittatore, e su questo siamo d'accordo; ma è il legittimo governante della Libia; tanto è vero che siede nell'ONU e in non so quante altre organizzazioni, e nessuno si è mai sognato di spiegare che non ci dovesse stare.

Il legittimo governante della Libia, a questo punto, con cui tutti hanno ritenuto fosse buona cosa fare affari (non solo l'Italia, ma anche la Gran Bretagna, tanto per fare un esempio) si ritrova con una rivolta armata in casa. Rivolta armata che addirittura arriva a proclamare un governo in una parte del paese e a muovere una rivolta contro di lui.

Come reagisce il Gheddafi?

Come dovrebbe reagire un governo di fronte ad una rivolta armata che mira a spodestarlo?
Ovviamente, spara.

Dapprima, i rivoltosi ottengono alcune vittorie; sulla scia dell'entusiasmo per quello che sta succedendo in altri paesi, si spera che presto ci sarà la caduta anche dell'odiato dittatore libico (ancora più odiato in Italia perché ha stretto patti con un certo signor B.)

Però Gheddafi, usando quel po' di aviazione di cui dispone e un po' di mercenari, riesce a ricacciare indietro i rivoltosi, fino a quando non sta per prendere Bengasi, la auto-proclamata capitale della Libia Liberata ™.

I rivoltosi, a questo punto, che fanno? Si preparano ad un'eroica resistenza? A morire come martiri sapendo che Allah li accoglierà tra le sue braccia?

No.

I rivoltosi si rivolgono all'occidente e chiedono aiuto all'occidente.

Ridiciamolo: i rivoltosi chiedono aiuto all'occidente; l'Occidente, che non ha fatto altro che usare il nordafrica per fare il suo porco comodo.

L'Occidente, che fino a questo momento è stato a guardare, decide che è il momento di intervenire; non può mica essere che Gheddafi vinca questa guerra, vero?

Così decide di fare una no-fly-zone.

Cosa è una 'no-fly-zone'?

E' il modo con cui in Occidente si fa passare una guerra senza dire che stai facendo una guerra.

Perché ovviamente, se dici: “abbiamo dichiarato guerra alla Libia,” qualcuno potrebbe avere da ridire; magari potrebbero anche pensare che ci sono delle costituzioni che dicono che non si possono fare delle guerre in questo modo, e così via.

Così l'Occidente, guidati dalla Francia e dall'Inghilterra, ha (dichiarato guerra) istituito una no-fly-zone. Gheddafi, purtroppo, è un beduino, e decide che no-fly-zone dalle sue parti si legge “guerra”, e si prepara a rispondere come deve.

Tenendo conto che l'ultima volta che l'Occidente si è impelagato in operazioni del genere si è andati a finire con cose tipo Iraq e Afganistan, non è che ci sia da stare molto allegri.

mercoledì 2 marzo 2011

Ripassare la palla all'avversario

Ogni tanto, in una partita di calcio, capita che un giocatore sbagli passaggio e dia palla al proprio avversario. Poichè questo è, generalmente, un fatto inaspettato, si tratta in generale di un'ottima occasione per prendere il proprio avversario in contropiede e segnare.

La cosa peggiore da fare, in questi casi, è ovviamente quello di ripassare palla all'avversario, annullando tutto il vantaggio conquistato fino a quel momento.

Prendiamo ad esempio questa dichiarazione:

"Quanto poi alle coppie omossessuali,XXXXX aggiunge: “Anche su questo Berlusconi non puo’ dare lezioni. Io vivo in una famiglia monogama omossessuale e faccio molta fatica a prendere lezioni da uno che ha certi comportamenti privati”."

fatta da un esponente del centrosinistra a proposito delle dichiarazioni di Berlusconi sugli omosessuali.

Questo è un classico esempio di avversario che ti ripassa la palla perduta. Perchè dico questo?

Perchè stiamo dicendo che l'affermazione che "gli omosessuali non si possono sposare" non è sbagliata perchè nega un diritto a delle persone; è sbagliata perchè la persona è moralmente non ineccepibile.

Abbiamo implicitamente accettato il fatto che un politico possa NEGARE dei diritti a un cittadino, SE quel politico è moralmente irreprensibile. Ossia, basta sostituire Berlusconi con Formigoni (o con la Bindi) e gli omosessuali non avranno MAI alcuni diritto.

E il personaggio di cui sopra scoprirà la differenza che esiste fra idee politiche, di cui si discute in quanto idee politiche, e comportamenti privati, che dovrebbero essere appunto privati.

domenica 20 febbraio 2011

Competenza e governo

Per motivi di lavoro, ho preso in carico il codice di un portale realizzato da *grande azienda nazionale* per *grande progetto nazionale*.

Il codice è, diciamo, imbarazzante.

Manca una qualsiasi documentazione significativa. Il documento di progettazione è chiaramente stato scritto per soddisfare una milestone, e non ha nessuna attinenza con quanto è stato fatto effettivamente. L'unica documentazione realistica è un elenco di moduli su due paginette, che effettivamente è significativo. Manca la descrizione del database relazionale e dei flussi fra i vari moduli. Ovviamente manca un minimo di documentazione del codice a livello di classi.

Manca un qualsiasi processo di build e deploy documentato. Ci sono istruzioni per lo start/stop di alcuni processi, ma non è descritto come ricreare il sistema ex novo.

Il codice di per se è il trionfo del copia e incolla. Per esempio, ci sono circa 300 (trecento) punti nel codice dove si legge dai file di configurazione quale lingua è selezionata per il portale. Ovviamente abbonda codice commentato o semplicemente morto. I warning sono dell'ordine di alcune migliaia. I metodi sono scritti in maiuscolo e minuscolo, in italiano e inglese, con e senza l'underscore in mezzo.

Manca infine un qualsiasi test di unità.

Si tratta dl mio incubo per i prossimi sei/dodici mesi, visto che dovrò in pratica sputare sangue per rimettere in piedi questo portale, renderlo utilizzabile e far fare bella figura al cliente - che attualmente è piuttosto nelle pesti.

Ne parlo un po' perchè agli informatici piace raccontare quanto è grosso l'orso che stanno cercando di catturare, e un po' perchè è il rappresentante tipico del problema della separazione della competenza dal controllo. E' un vecchio mito che la sinistra ha addirittura cristallizato in una legge - la Bassanini - dove ai politici si da come funzione l'indirizzo e il controllo, e all'amministrazione l'esecuzione.

Parlando con il cliente, ho domandato come mai avessero accettato un prodotto così scadente: mi ha risposto che il fornitore aveva fatto un'offerta scritta benissimo e che comuqnue lui mancava di una persona capace di andare a guardare il codice e capire se è fatto bene oppure no.

In pratica, il cliente ha esaminato la descrizione del processo fatta dal fornitore, lo ha ritenuto formalmente corretto ed ha deciso che era sufficiente, anche perchè non era in grado di andare oltre quella descrizione. Il cliente ha detto "io do l'indirizzo e controllo il risultato, ma i dettagli li sa chi fornisce la soluzione".

Il che, in teoria va benissimo. Voglio dire, va benissimo se dovete scrivere una legge; va un po' meno bene se dovete applicarla.

Allora, voi "controllate il risultato". La domanda corretta è: "COME controllate il risultato?"

Prendiamo il caso del mio progetto. Se siete un burocrate, l'unica cosa che potete fare è fare un controllo formale su cosa viene consegnato: vi danno un cd alla tal data, un documento alla talaltra, vi fanno una demo il giorno x, entrano in produzione il giorno y.Ok, ci sono difetti, ma c'è la garanzia per correggerli, no?

Poi il portale va davvero in linea e crolla dopo due secondi. O sta in piedi con lo sputo. O cose così. Solo che è collaudato, si è andati avanti coi SAL...

Dove sta il problema? Che il controllo sta guardando le cose sbagliate; se un fornitore vi descrive il suo processo di sviluppo, io voglio VEDERLO. Vengo da voi e voi mi mostrate COME state lavorando, e mi fate parlare coi vostri sviluppatori, e mi dimostrate che state seguendo quello che avete descritto.

Poi definiamo i test funzionali, le ipotesi di carico e di fallimento e come intendiamo verificare le cose. Mi aspetto che il fornitore abbia già gli strumenti per costruire rapidamente test funzionali e li abbia usati, che sappia cos'è un processo di Markov e come definire un carico ipotetico.

Poi mi mostrate il vostro codice, e lo analizziamo pezzo a pezzo, voi mi spiegate l'architettura e io vi dico cosa mi torna e cosa mi sembra molto opaco. Mi spiegate i vostri standard di creazione del codice e me li fate verificare.

Poi mi fate vedere i test di unità che avete - di gente che programma a cavolo se ne avrebbe anche abbastanza.

Poi mi presentate il team che lavorerà al progetto - QUEL team per TUTTA la durata del progetto, e non "il nostro nuovo cocopro".

Ovviamente, c'è un problema: non potete essere un burocrate per fare tutto questo. Dovete essere competente. Non potete separare la competenza dal controllo - potete SOLO separare il controllo dalla realizzazione.

L'idea di mettere qualcuno a controllare qualcosa SENZA che sappia come si fa quella cosa genera tipicamente disastri - ovvio, potete far pagare penali a un fornitore incapace, ma il vostro obiettivo non è far pagare le penali, è ottenere un sistema che funzioni.

Solo chi sa fare sa cosa si guarda e perchè è importante. L'idea della gestione senza la competenza è molto americana - e come tale, molto stupida.

lunedì 14 febbraio 2011

Differenze familiari

In Italia ci sono due famiglie potentissime e ricchissime.

In una, il potere si passa esclusivamente per via maschile, secondo le migliori tradizioni regali.

In un'altra, il potere passa a chi se lo è meritato. Incidentalmente, la persona più potente nell'azienda di famiglia è la figlia, non il figlio.

Ovviamente una delle due famiglie è indicata come sessista. A voi decidere quale.

martedì 25 gennaio 2011

Controlli di cellulare

Qualcuno si è reso conto di cosa possono fare i magistrati? Tipo sapere, a distanza di anni, chi ha partecipato a un incontro o è andato in una casa?

Vi piace l'idea di essere spiati mentre andate a una riunione di partito? O a un'assemblea di alternativi? Schedati e numerati, ricostruiti a distanza di un anno?

A me no.

Articolo Ventisette

La responsabilità penale è personale.

L'imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva.

Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato.

Non è ammessa la pena di morte.

venerdì 21 gennaio 2011

Articolo Quattro

La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto.

Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un'attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società.

giovedì 20 gennaio 2011

Piccolo corso di Costituzione Italiana

Art. 15.

La libertà e la segretezza della corrispondenza e di ogni altra forma di comunicazione sono inviolabili.

La loro limitazione può avvenire soltanto per atto motivato dell'Autorità giudiziaria con le garanzie stabilite dalla legge.

mercoledì 12 gennaio 2011

Capita di imparare

Capita che uno commenti una notizia che riguarda la sua città, su un social network tipo Facebook.

Capita che un collega ti veda e ti mandi un SMS per chiederti spiegazioni.

Capita che tu venga messo sotto accusa con l'idea di "sei il signor XXXXX che vorrebbe XXX?"

Capita che tu lavori per una ditta che lavora tanto con la PA e l'amministrazione locale.

E così capita di imparare: mai scrivere su un social network con il tuo nome e cognome. E' stato un modo brutto di imparare, ma ho imparato la lezione.

domenica 14 novembre 2010

Perchè vince?

Qualche anno fa andai a parlare con l’assessore all’Istruzione della mia città. Ero andato lì semplicemente perchè avevo scoperto che, secondo il regolamento in vigore, i dipendenti a tempo indeterminato avevano priorità rispetto ai cocopro, alle partite IVA individuali e, infine, ai praticanti negli studi professionali. La priorità era a prescindere dal reddito, ma era determinata esclusivamente dalla classe di appartenenza.

L’assessore mi ricevette senza grandi problemi: era una signora sui cinquanta, cinquantacinque anni, molto gentile e molto disponibile. Ricordo che ci volle molto tempo – molto tempo – a convincerla che quel regolamento era completamente sballato. Alla fine le feci un esempio banale: “Un ragazzo con un contratto di 800 euro da cocopro, assunto dal Comune, ha meno diritto all’asilo nido per suo figlio del direttore amministrativo che prende 5.000 euro al mese”. Ricordo molto bene lo stupore della persona di fronte all’osservazione; semplicemente non si era mai posto il problema in questi termini.

La cosa buffa era che si trattava del periodo in cui tutta la sinistra parlava dei cocopro e dei precari, del fatto che i giovani erano penalizzati (era l’epoca dei mutui per i precari, se qualcuno se la ricorda). In pratica, a fronte di tante parole, quando si trattava di andare al sodo – ossia di decidere a chi permettere di accedere a un servizio pubblico, e chi lasciare fuori – si tornava al normale modo di ragionare della sinistra: i dipendenti sono buoni e giusti, gli altri sono cattivi evasori fiscali che non meritano nulla.


Perchè vince? Mentre pensate a una risposta diversa dal “perchè ha le tv”, andiamo avanti.

Alcuni anni fa un certo signore emiliano divenne presidente del consiglio. Una delle riforme che propose fu quella di allegerire il cosidetto “cuneo fiscale”, in pratica la differenza fra quello che il lavoratore dipendente si mette in tasca e quello che tira fuori l’azienda – oggi il rapporto è circa 6 a 10.

In effetti il signore emiliano divenne presidente del consiglio, e in effetti attuò la riduzione del cuneo fiscale; alla fine dell’anno in cui fu varata la riforma, una mia collega rinnovò il suo contratto di cocopro, ma dovette accettare una riduzione dello stipendio, perchè “erano aumentati i contributi”.

Che cosa era successo?

La riduzione del cuneo fiscale voleva dire che lo stato, nell’immediato, non avrebbe incassato dei soldi; la teoria era che la riduzione avrebbe favorito un’occupazione più stabile, e la stabilizzazione dei precari. Questo avrebbe potuto comportare un aumento del gettito fiscale, in grado di migliorare i conti dello stato e quindi compensarli della misura stessa.


In pratica, i conti dello stato italiano sono cosa delicata, e quindi se tiri fuori subito X, devi avere un posto che ti dia subito X per compensarlo. Quindi il signore emiliano fece quanto segue:


  • le aziende che avevano lavoratori dipendenti videro ridurre del 3% i costi dei lavoratori dipendenti;

  • i dipendenti delle stesse videro ridurre del 2% le trattenute in buste paga;

  • furono aumentati del 2% i contributi a carico dei cocopro

  • furono aumentati del 3% i contributi a carico delle aziende che assumevano i cocopro.

La giustificazione era che si intendeva ridurre la convenienza dei cocopro rispetto ai lavoratori dipendenti, favorendo quindi la loro assunzione a tempo indeterminato. Questa era la teoria. La fisica del sistema, come sempre, è un’altra cosa, e il signore emiliano – che era fra l’altro un notissimo economista – non poteva ignorarla.

Le aziende che assumono cocopro non assumono cocopro per pura cattiveria – non tutte almeno – ma semplicemente perchè il mercato in Italia è fatto così. La differenza di costo fra un cocopro e un dipendente è tale da non poter essere veramente toccata da una riduzione tutto sommato così piccola.

In compenso, però, le aziende non vogliono vedere aumentare i costi del personale, dato che spesso lavorano su gare e su progetti a budget determinato. Quindi non hanno fatto altro che scaricare sui loro cocopro il costo extra che avrebbero dovuto pagare.

Ora vediamo i dipendenti a tempo indeterminato. Loro un piccolo beneficio l’hanno avuto, ma il vero, grande beneficio l’hanno avuto le imprese con moltissimi dipendenti. Queste si sono viste riconoscere un credito di imposta molto ampio, in proporzione al numero dei loro dipendenti. E’ vero che originariamente erano state escluse alcune tipologie di aziende già “ricche”, come banche e assicurazioni, ma stranamente la legge non era fatta molto bene, e con un ricorso le imprese escluse riuscirono ad ottenere di essere riammesse al beneficio.

Quindi, riassumiamo brevemente:

  • i cocopro hanno, di fatto, visto una decurtazione del 5%;

  • le aziende che assumevano cocopro sono andata a pari;

  • i dipendenti hanno avuto un piccolo beneficio del 2%;

  • le grandi imprese hanno avuto un grande beneficio in forma di credito di imposta.

Ossia, se ragionate come ragiono io, i cocopro hanno finanziato le grandi imprese, a costo zero per lo stato.

Allora, rifaccio la domanda: perchè vince?

La risposta è semplice: perchè c’è una generazione di persone che lo vota. E lo vota perchè l’alternativa è fatta di persone che, AD OGGI, non riescono ANCORA a vedere lo schifo che fa un regolamento per l’assegnazione dei posti negli asili nido in cui conta la classe e non il reddito.

Vince perchè sa che, al di là delle belle parole, per loro – per noi – dall’altra parte non c’è nulla.

Vince perchè da un messaggio forse non entusiasmante, ma sincero.

"Arrangiatevi"

domenica 7 novembre 2010

Il mestiere più bello del mondo

Il codice è lì che ti aspetta, devi aggiungere una nuova funzione al sistema di catalogazione.

Devi montarla dentro una struttura esistente. Puoi prendere il pezzo di codice e attaccarlo come una palla di fango a tutto il resto del sistema; è una cosa che si può fare; si fa anche quando si è di corsa. Ma oggi hai un po’ più di tempo. Puoi guardare con un minimo di calma in giro, e capire cosa c’è davvero da fare.

Guardi dove devo creare la nuova funzione. Il codice funziona, ma non è recentissimo – ha un anno, più o meno.

Esamini i test che ne verificano il funzionamento; ce ne sono una decina. Sono confusi, esprimono male quello che vogliono fare. Cominci piano a correggerli, a renderli più chiari ed espliciti. Ne aggiungi altri. Ora i test sono chiari. E’ chiaro cosa stai provando – in questo caso, la finestra del programma a cui dovrà essere collegata la nuova funzione. Hai rinforzato le fondamenta su cui lavorare. Ora devi andare sopra, e cominciare a costruire.

Guardi il codice che gestisce la finestra. Non è male, ma ovviamente va rivisto. Va rifattorizzato. Questa è la parte che ti piace del tuo mestiere – stranamente, non aggiungere cose nuove ai sistemi. Rivedere il codice esistente e cercare di capire come potrebbero essere scritti meglio; rendere i programmi diventano più stabili, più flessibili e più facili da comprendere e da modificare.

E’ una sfida intellettuale continua. E’ una via di mezzo fra capire una dimostrazione matematica, e riparare una vecchia motocicletta che dovrebbe partire e non lo fa.

Hai davanti un sistema che fa alcune cose utili, altrimenti non saresti lì a guardarlo; al suo interno è contenuta conoscenza importante – quella che noi chiamiamo conoscenza del dominio applicativo. Questa conoscenza è ben nascosta nel profondo delle righe del codice, in cicli annidati, in classi dai nomi incomprensibili, in righe e righe di codice.

Comincia ad esaminare il sistema. Procedi con calma. Scrivi un test – un programma che verifica un altro programma - prima di fare modifiche. Poi fai un piccolo cambiamento: modifichi il nome di una variabile qui, il nome di un metodo la. Trovi un piccolo pezzo di codice che può essere semplificato; trovi una classe che era nascosta, e che può essere resa esplicita – un concetto che era espresso implicitamente, e che assume vita propria.

Il lavoro è lento, paziente, costante. Non si finisce in un’ora. Neppure in un giorno. Smonti un pezzetto alla volta, sperando di andare nella direzione giusta. Definisci concetti nuovi e li leghi assieme. Poi, lentamente, acquisti forza. I concetti si strutturano in ragionamenti, i ragionamenti in teorie. Il tuo sistema non parla più di oggetti binari, tratta informazioni complesse. Puoi leggere il codice del tuo programma e vedere quello che vuol fare e non semplicemente cosa sta facendo.

Poi, all’improvviso cade un diaframma. Sono momenti particolari. Hai lavorato una settimana, un mese a semplificare e riscrivere il codice, magari mentre facevi altro. Poi rimuovi un frammento, e ti accorgi che una gran parte del tuo sistema si è semplificato. E’ diventato migliore – ti da conforto guardarlo. Lo provi, e funziona perfettamente. E’ la bellezza del codice: riesce ad essere elegante e robusto insieme.

Ti accorgi che è tardi e stai facendo un lavoro che il tuo capo non ti pagherà mai. Sei rimasto solo a tu a guardare il tuo codice. Ma a te non importa. Il codice è codice, e scriverlo e rifattorizzarlo è il mestiere più bello del mondo.

martedì 2 novembre 2010

Una rosa è una rosa è una rosa

Nel post precedente ho accennato alle opportunità che esistono per gli umanisti al di fuori del mondo accademico e della ricerca. Qui di seguito riporto alcune possibili opzioni.

E’ importante però ricordare che non esiste l’Eldorado, e non esiste il pasto gratis; queste opportunità non sono facili e non sono immediate, ed è probabile che la formazione dell’umanista medio sia largamente insufficiente. Come dicevo prima, abbiamo un culturista che deve diventare uno sportivo: c’è molto lavoro da fare per imparare a fare un buon uso dei muscoli che possiede.

Semplificando molto, esistono due capacità umanistiche che il resto del mondo può trovare interessanti – e per le quali può quindi essere disposto a sganciare moneta:

  • La capacità di organizzare, secondo strutture semantiche raffinate, grandi quantità di informazioni complesse e strutturate.
  • La disponibilità grandi quantità di contenuti di carattere storico, artistico e letterario.

La prima capacità è la forse la meno considerata, ma è un bisogno di cui si sta rapidamente sentendo e affermando la necessità; lo sviluppo dei sistemi informatici sta semplicemente facendo esplodere la quantità di informazioni che un’organizzazione deve trattare. Per una piccola azienda come la mia si parla di codice sorgente, mail da e verso clienti, partner e fornitori, documentazione tecnica di riferimento, proposte di progetto e moltissimo altro ancora.

La capacità di strutturare contenuti a più livelli, che è propria degli umanisti, è quella di cui si avrebbe bisogno.

Il primo livello è quello “tecnico”, del singolo documento. Io faccio il progettista software in una piccola realtà, e passo metà del tempo a scrivere proposte tecniche, rapporti, progetti esecutivi e quant’altro; la capacità di organizzare un documento in forma chiara e intellegibile, nonché la necessità di leggere documenti tecnici e comprenderne le lacune concettuali è quello di cui si sente enormemente il bisogno. Se avete mai corretto una tesi di laurea di ingegneria, sapete di cosa sto parlando; e una tesi è tipicamente scritta molto meglio di una risposta a un bando di gara.

Il secondo livello è quello dell’organizzazione della documentazione. Come dicevo prima, oggi le informazioni di un’azienda sono spesso organizzate in modo assolutamente causale, privo di struttura e di criteri che ne permettano la rapidità di reperimento. Qui è fondamentale la capacità che è propria degli archivisti e dei bibliotecari di strutturare informazioni secondo categorie multilivello; se fate vedere un sistema di knowledge management a qualcuno che si è occupato di fare assoggettazione, si metterà a ridere per la semplicità degli strumenti utilizzati.

Il terzo livello è quello legato alla strutturazione dei concetti. Oggi i sistemi informatici cercano di fornire risposte più sensate, cercano di darvi quello che volete e non quello che avete chiesto, interpretando le vostre richieste e cercando di contestualizzarle; per esempio, un motore di ricerca potrebbe farvi apparire una scheda su Galileo se voi cercate “storia dell’astronomia”. Si tratta di un collegamento semantico fra due concetti diversi, non correlati in modo puramente letterario. In questo caso si parla di utilizzare ontologie , ossia insiemi di concetti collegati tramite relazioni. I filosofi su questo dovrebbero ritrovarsi.

Se invece parliamo di contenuti veri e propri, il riferimento è legato piuttosto all’uso dei contenuti per scopi di intrattenimento. Altri scopi – tipicamente l’educazione – sono ovviamente già esauriti dal mondo accademico e scolastico, di cui purtroppo si riconoscono i limiti.

In questo caso, gli utilizzi sono legati a tutti coloro che usano il contenuto per creare prodotti di intrattenimento. Di seguito faccio una breve rassegna.

  • Giochi di ruolo. Sono sempre alla ricerca di nuovi spunti per ambientazioni e background.
  • Giochi per computer. In questo caso si va da simulazioni strategiche tipo Europa Universalis III a giochi di azione tipo Assassin Creed. L’ultima puntata di Assassin Creed è ambientata nell’Italia rinascimentale – periodo storico che ha enorme interesse per tutto il mondo dell’intrattenimento.
  • Produzioni cinematografiche, romanzi e racconti, eccetera

Ovviamente, questi sono solo esempi per far capire dove vado a parare: dovete capire a chi può piacere quello che fate, e perché; dovete capire perché dovrebbe darvi dei soldi; dovete domandarvi se ve li darà oggi, e domani non più.

In pratica dovete capire come diventare utili per gli altri, e quindi lasciare che siano gli altri a interpretare le vostre capacità e le vostre conoscenze. E' una cosa poco divertente e poco simpatica - tipicamente io scopro di sapere un sacco di cose inutili, e che me ne mancano moltissime che io detesto ma che servono al mio cliente.

E' quello che si chiama far parte di una società: gli altri dicono cosa è utile che tu faccia.


domenica 31 ottobre 2010

Metti i soldi dove hai messo la bocca for dummies

Del leggere le cose che uno scrive

E’ buffo accorgersi come, spesso, i lettori di un post si concentrino su aspetti marginali del post stesso, o peggio travisino completamente il senso del post stesso.

Sono stato accusato di volere l’abolizione delle ricerche umanistiche in favore delle materie scientifiche, ma il post non parlava di questo; parlava della necessità di guardare con un’ottica laica alle ricerche stesse, senza dogmi e senza cose intoccabili.

Avrei potuto citare, anziché la filologia romanza – che era una provocazione voluta - la teoria delle stringhe, la gravitazione quantistica, le ricerche sull’ipotesi di Reimann e molto molto molto altro ancora. Il ragionamento era e resta indifferente rispetto all’argomento specifico, perchè la contrapposizione non è, come credono gli umanisti, fra ricerche umanistiche e ricerche scientifiche, ma fra ricerche che rendono e ricerche che non rendono. Sarebbe stata esattamente la stessa cosa.

Perchè parlo di “rendere”? Perchè metto i soldi in un discorso legato alla ricerca ?

Perchè la ricerca pubblica è pagata, per definizione, dai soldi dei cittadinim e la ricerca è solo uno dei possibili usi di questi quattrini. Se proponete di aumentare i fondi per la ricerca, state proponendo, di fatto, di levare i soldi da qualche altra parte.

Se ad esempio proponente di portare l’investimento in ricerca in Italia al 2% del PIL, state proponendo nei fatti di tagliare un punto percentuale da tutte le altre spese. Questo corrisponde, a valori attuali, a tagliare diciotto miliardi di euro da tutte le altre attuali voci di spesa. Tanto per capirsi, si calcola che una riforma strutturale come abolire le provincie valga circa quattro miliardi di euro. Ne dovete fare altre tre e mezzo per arrivare ai diciotto miliardi di cui sopra.

Ora, supponiamo che voi siate un ricercatore e vogliate farvi finanziare una ricerca. Volete, in pratica, soldi. Ci sono, generalmente parlando, tre tipi di impieghi di risorse nel bilancio dello stato:

  • Le spese fondamentali. Se le cancellate, avrete immediatamente gravi conseguenze per il paese. Non parliamo di una cosa che succederà fra trent’anni, parliamo di una cosa che succederà domani o fra un mese. Per esempio, non pagare le forze dell’ordine.
  • Una spesa pura e semplice. E’ equivalente ad acquistare un paio di scarpe di lusso, un orologio di Cartier o un altro genere di apparenza. Non deve fornire alcuna resa pratica che non sia il suo mero possesso. Bisogna averla per poterla mostrare agli altri. E’ un segno di prestigio. Per esempio, le celebrazioni per i 150 anni dell’unità d’Italia.
  • Un investimento. In questo caso la società ne trae un beneficio superiore (NETTAMENTE superiore) rispetto all’investimento effettuato. La resa può essere a breve, medio o lungo termine, e la resa può essere incerta ma la resa dell’investimento in sé è parte integrante dell’investimento.

Ora, torniamo alla vostra ricerca.

Dalla prima spesa siete esclusi d’ufficio, perchè per quanto ne siate convinti, la ricerca su la Pisa medievale è strutturalmente diversa dal pronto soccorso. Quindi potete scegliere cosa è la vostra ricerca fra una spesa di lusso e un investimento. Scegliete voi, ma scegliere implica che dovete obbedire alle relative regole.

SE è una spesa di prestigio, DEVE dare prestigio. Nessuno vi chiede che sia economicamente utile, ma deve fare terribilmente fico fare la ricerca che fate. Una ricerca che interessa a tre sfigati in giro per il mondo non rientra in questa categoria.

Inoltre, è una spesa. Ricordatevelo bene: non ci sono soldi gratis. Uno non è ricco perchè compra il rolex, compra il rolex perchè è ricco. PRIMA diventate ricchi, POI comprate il rolex. PRIMA diventate ricchi, poi mettete quantità abominevoli di soldi su ricerche di prestigio.

Oppure è un investimento. Fate parte del portafoglio di investimenti che lo stato italiano effettua per generare ricchezza nel breve, medio e lungo periodo. Come tutti i gestori di portafogli di investimenti, bisogna mantenere un buon equilibrio per garantire una resa adeguata: ci devono essere investimenti a breve, a medio e lungo termine, con rese e rischi diversi, in settori molto diversi.

Saper gestire un portafoglio del genere è estremamente difficile, ed è frutto di continui aggiustamenti, errori ed equilibri. Di errori se ne fanno moltissimi, ma si sta facendo ricerca, ed è normale sbagliare; tanto più ci saranno errori quanto più la ricerca era innovativa.

Quello che NON cambia è che si suppone che l’investimento renda. Può essere un investimento sballato, e allora lo si cataloga sotto i fallimenti, ma non può NON rendere per principio. DEVE avere un effetto economico sul breve, medio o lungo periodo. Deve, perchè deve contribuire con gli altri investimenti a garantire che le risorse investite ritornino, prima o poi, allo stato – come tasse o come brevetti la cosa è indifferente. Ma deve essere pensato, fin dall’inizio, come torneranno indietro i soldi investiti.

In pratica, quello che sto cercando di fare è applicare quel metodo razionale che personaggi come Machiavelli – vorrei farlo notare, certamente non un fisico – hanno dimostrato applicabili con profitto ad ambiti più ampi della semplice indagine fisica. Machiavelli, lo ricordo, ha proposto di guardare la realtà per quella che è, e non per quella che vorremmo che fosse, e di regolare il nostro agire di conseguenza; il nostro Niccolò non è compiaciuto delle scelleratezze necessarie a mantenere un regno, ma consta che esse sono necessarie in un paese come l’Italia del Quattrocento e del Cinquecento.

Cosa ci dice Machiavelli al proposito? Che “sarebbe bello” che tutti i giovani in gamba potessero avere le risorse per fare tutte le ricerche che piacciono loro.

La realtà ci dice che, nella pratica, possono esistere solo abbastanza ricerche quante sono le risorse, che ci saranno una MINIMA frazione di ricerche di prestigio, e presumibilmente una grossa fetta di ricerche a breve e medio termine, e alcune ricerche sul lungo termine. Altri equilibri comportano solo consumo inutile di risorse per ottenere prestigio – in pratica, la versione moderna del nobile che spende tutto quello che ha per garantirsi un tenore di vita che non gli appartiene più, anziché occuparsi come potrebbe dei propri affari.

Voi di che ricerca vi occupate?

sabato 16 ottobre 2010

Metti i soldi dove hai messo la bocca

Il titolo del post non è un invito a pratiche sessuali bizzarre, quanto un modo di dire americano molto efficace: si richiede di dimostrare con i propri soldi che si crede in qualcosa su cui si spendono molte parole.

Mi veniva in mente questo motto a proposito dell’università; qui a Pisa, in particolare, per protestare contro la riforma Gelmini, diverse facoltà hanno sospeso la didattica, con grande plauso dei professori.

Professori che, ovviamente, hanno “messo la bocca” sull’importanza dell’università in generale e delle loro facoltà in particolare. A loro dire vale la pena fare un laureato e vale la pena fare ricerca qui: ossia un laureato capace di produrre meglio, e la ricerca fatta permetterà al paese di crescere di più.

Io credo che queste affermazioni siano false, e credo che l’Università di Pisa (e molta università italiana) abbia un rapporto con il lavoro vero simile a quello fra un culturista e un atleta. Un atleta sviluppa i muscoli per correre meglio, saltare meglio, nuotare meglio; ha uno scopo molto preciso in quello che fa, e lavora di conseguenza per ottenerlo. Un culturista invece sviluppa i muscoli per sviluppare i muscoli; può accadere che abbia capacità atletiche, ma è una cosa che accade per caso, ed è estranea al progetto iniziale.

Comunque, quella sopra è solo la mia idea, e non è l’oggetto del post. L’oggetto del post è un altro, ossia i soldi.

La proposta è la seguente: facendo una stima che ci siano circa 100 ordinari all’Università di Pisa (credo siano molti di più, ma al momento non ho un dato preciso, Lunedì vedo se riesco a recuperarlo), ognuno di loro può tranquillamente ipotecare la casa o fare un mutuo per 100.000 euro presso una banca. Non è una cifra particolarmente elevata, e con un tasso del 4% fa circa 500 euro al mese per trent’anni; niente di straordinario, dato lo stipendio di un ordinario.

In totale, questa cifra fa 10 milioni di euro, che i professori possono usare per finanziare imprese create e alimentate da studenti, assegnisti, ricercatori provenienti dall’Università. COME debbano organizzare la cosa, COME debbano farla, COME debbano gestirla, COME scegliere i progetti è un LORO problema. Loro sostengono di essere persone capaci, tanto è vero che insegnano; molto bene, hanno quindi tutti gli strumenti per creare un fondo di investimento perfettamente funzionante.

Ovviamente, se scelgono male e finanziano ricerche farlocche anziché cose utili, si troveranno in breve ad aver esaurito il capitale senza aver ottenuto nulla di concreto; si troveranno cioè a scoprire la realtà del mondo, che se ne frega se “la mia università ha 650 anni”, oppure “queste ricerche sono importantissime” e altre amenità del genere. Scopriranno che fare ricerche su argomenti che hanno un impatto limitato sul mondo reale, come la filologia romanza, appartiene alla categoria dei beni di lusso: te li puoi permettere finchè hai tanti soldi, ma quando le risorse sono scarse è bene magari evitarle.

Personalmente credo che una cosa del genere non accadrà MAI. Perchè i soldi sono soldi, e la ricerca è importante, ma è bene se la paga qualcun’altro.

domenica 29 agosto 2010

L'Ultima Generazione

Qualche giorno fa ho avuto una discussione con un collega a proposito di un articolo apparso su “La Stampa”, in cui veniva raccontata la vicenda di una persona di 28 anni che viveva con 14 euro al giorno.

Io criticavo in modo piuttosto feroce il caso raccontato: si parla di una persona figlio di artigiani, che ha deciso dopo il diploma di continuare gli studi, scegliendo Filosofia. Dopo la laurea in Filosofia ha scoperto che non c’erano molti posti per laureati come lui, e aveva deciso di riprendere gli studi, e ha deciso di dedicarsi a Psicologia. Nel frattempo ha rifiutato un posto ben pagato da barista, a quanto racconta.

Perchè sono così critico? Perchè in entrambi i casi la scelta è fatta seguendo semplicemente le proprie inclinazioni personali, e non la realtà del mondo circostante. Noi prendiamo una laurea per imparare cose utili, che ci permettano di partecipare alla società civile di cui siamo parte; e questo vuol dire che sono gli altri anzitutto, e non noi stessi, a stabilire cosa è utile, e cosa non lo è. E il modo in cui gli altri lo stabiliscono è sempre il solito: sono disposti a darci dei soldi per quello che sappiamo fare.

Quello che ho detto sopra non è la descrizione di una ipotetica società da me idealizzata: è la società in cui viviamo tutti i giorni. Protestare che questo “non è giusto”, sostenere che questo “non permette alle persone di seguire le proprie aspirazioni” e altre affermazioni del genere è solo un inutile dispendio di energie. La società la fuori – ossia tutte le altre persone che la compongono insieme a noi – non sono interessati a queste affermazioni; o meglio, lo sono in via di principio, il che vuol dire che lo sono finchè non devono decidere dove devono mettere davvero i loro soldi. Quando si tratterà di aprire il portafoglio sceglieranno SEMPRE quello che LORO ritengono più utile.

Una persona che a diciotto anni decida di prendere una laurea sta prendendo un grossissimo rischio: sta scomettendo che il tempo che perderà per conseguire il suo titolo di studio gli permetterà di trovare un lavoro migliore e meglio pagato; dovrebbe quindi avere un’idea di quali sono gli sbocchi occupazionali, le aree di crescita e quelle da evitare come la peste. Se non sa bene cosa scegliere, sarebbe bene che evitasse di scegliere a caso, e possibilmente si trovasse rapidamente un lavoro; almeno vedrebbe le cose da dentro, e potrebbe fare una scelta un minimo più ragionata.

Scegliere Filosofia come laurea per trovare il lavoro è semplicemente folle: i settori che assorbivano maggiormente questo tipo di laureati sono la scuola e l’università, ed entrambi sono da anni a corto di soldi; scegliere poi Psicologia è anche più scellerato: si calcola che a breve avremo CENTOMILA psicologi, uno ogni seicento abitanti. Non c’è nessuna possibilità di assorbire centomila psicologi e farli lavorare; si tratta, e mi spiace per loro perchè sono persone giovani che meriterebbero di meglio, di carne da call center.

Il mio collega riteneva che la mia critica fosse troppo feroce: in fondo, sosteneva, parliamo di “ragazzi di ventotto anni”.

Le parole però hanno un significato, e a ventotto anni uno ha smesso di avere il diritto di essere un ragazzo da un pezzo: secondo la Costituzione Italiana, da circa dieci anni. La Costituzione Italiana ci dice infatti che, con il compimento del diciottesimo anno, noi diventiamo cittadini a tutti gli effetti: possiamo sposarci, fare figli, eleggere i nostri rappresentanti e così via; nessuno ci deve spiegare come andare e cosa fare, per la nostra Costituzione noi abbiamo il diritto e il dovere di essere responsabili di noi stessi.

Abbiamo smarrito questo concetto, e il ragazzo da 14 euro al giorno è il risultato di questo smarrimento: un ragazzo che può pensare di prendere due lauree completamente inutili, rifiutare un lavoro ben pagato, farsi tenere agli studi dai propri genitori e pensare di non stare facendo niente di sbagliato; anzi pensare che è il mondo fuori che è “sbagliato”, a non dare un’opportunità anche a lui.

Questa generazione è stata chiamata “generazione boomerang”, ma io credo che sarà chiamata l’Ultima Generazione: l’Ultima Generazione a poter andare all’Università semplicemente per seguire una propria passione. Ossia, l’Ultima Generazione di ragazzi di 28 anni, da 14 euro al giorno.

giovedì 19 agosto 2010

Piccola guida al perfetto sovversivo

La morte di Cossiga ha portato nuovamente alla ribalta tutta la spazzatura relativa ai “misteri d’Italia”. Se come me avete sui quarant’anni e siete abituati a leggere giornali, saprete che uno dei più battuti è quello relativo alla loggia massonica P2 di Licio Gelli.

Negli anni, a partire da quando è stata scoperta e per tutti i trent’anni successivi, la P2 è stata il prezzemolo di ogni inchiesta italiana: da Ustica all’Italicus, da Bologna a Piazza Fontana, non c’è stata strage in cui la P2 non sia stata ritenuta o indicata come coinvolta.

Apparentemente, la P2 era una potentissima organizzazione segreta interessata a garantire che il PCI non prendesse mai il potere e che possibilmente l’Italia facesse una svolta di tipo autoritario. Da molti è stata ritenuta l’artefice della cosiddetta “Strategia della Tensione”, e comunque questa è la vulgata consolidata fra i militanti di centrosinistra.

Ora, se questo era lo scopo della P2, devo dire che il responsabile della sua organizzazione meritava di essere preso a calci nel culo. Come forse saprete, la P2 fu scoperta in seguito al ritrovamento di documenti relativi ad essa, in particolare l’elenco dei suoi membri. Il che, come organizzazione segreta, la rende estremamente anomala. Per un’organizzazione segreta E sovversiva, il problema principale è garantire la propria segretezza e la resistenza a tradimenti: è impensabile che un traditore possa far saltare l’intera organizzazione. Difatti, normalmente strutture del genere vengono realizzate con strutture compartimentali – tipicamente secondo il meccanismo delle cellule – e ciascuna persona dell’organizzazione sa solo quello di cui ha bisogno, con l’esclusione di pochissime persone ai vertici.

L’esistenza di una LISTA di nominativi, di una TESSERA di iscrizione con un numero progressivo sopra è chiaramente qualcosa che esula completamente da questo schema. Nessuna organizzazione che agisca contro lo stato può pensare di funzionare così: il rischio di traditori sarebbe immenso; organizzazioni criminali come la mafia ovviamente non hanno nessun elenco di affiliati – al massimo documenti contabili, in cui i nomi tipicamente sono scritti in codice.

Inoltre, se lo scopo era la sovversione, perché essa non è indicata esplicitamente nel famoso Piano Rinascita? Dichiarare di voler cambiare la Costituzione non è, di per se, sovversione: esistono precise procedure, e alcune sono state perfino usate durante la storia repubblicana. Manca inoltre nel Piano qualsiasi aspetto di natura violenta, come l’eliminazione degli avversari o il loro imprigionamento; cosa piuttosto singolare, considerato che il documento non era pubblicamente disponibile – in altre parole, non doveva far apparire l’organizzazione in una luce positiva, visto che era ad uso interno.

La P2 può essere stata una pericolosissima organizzazione segreta sovversiva, ma NON era organizzata come tale; non era organizzata come un’organizzazione segreta sovversiva, e non aveva la sovversione violenta fra i suoi scopi dichiarati ai propri membri.

mercoledì 18 agosto 2010

"mi diedero tre pecore da pascolare"

Una delle cose più care che possiedo è la biografia del mio nonno paterno. E’ la storia di un contadino, nato in una famiglia poverissima dell’Abruzzo nell’Italia dell’inizio del Novecento. Lo tengo molto caro, perchè mi aiuta a ricordare.

Di quel racconto ci sono pezzi che ho sempre trovato straordinari, come l’inizio di tutto il racconto: “quando cominciai a capire qualcosa, mi diedero tre pecore da pascolare; quando capii qualcosa di più, me ne diedero cinque.”

Racconta che quando lui era nato suo padre, il mio bisnonno, era andato a chiedere granone da germogliare in prestito al signorotto del paese, e quello gli aveva risposto sprezzante “Tu fai figli e vuoi che io te li campi?”

Racconta che aveva potuto studiare solo fino alla quinta elementare, e che aveva dovuto piangere per ogni quaderno che gli era stato comprato dal padre.

Racconta che quando era giovane aveva fatto il minatore, entrando in miniera prima dell’alba e uscendo al buio. E racconta di come fosse felice allora, perchè almeno riusciva a mangiare tutti i giorni.

Questa era l’Italia contadina dell’inizio del novecento, per la stragrande maggioranza degli italiani. Non era un’Italia pura, limpida, onesta; era un’Italia povera, miserabile, dove un signorotto di paese poteva riderti in faccia quando chiedevi in prestito un po’ di granone.

Da questa Italia noi ci siamo allontanati un po’, ed è interessante capire come abbiamo fatto.

Cosa ci permette di non mandare i nostri figli a lavorare a tre anni? Le leggi? No, non sono le leggi. Su un manuale di diritto stava scritto, nella prima pagina, che il diritto non può imporre un comportamento che è già largamente accettato. I bambini non lavorano più non perchè è proibito, ma perchè non serve più: i genitori ormai guadagnano abbastanza da garantire un reddito dignitoso, senza la necessità di integrarlo con i lavoro dei bambini.

Perchè i signorotti di paese non dispongono più della vita dei nostri figli? Li abbiamo resi più onesti? Abbiamo imposto delle leggi che lo facessero? Ancora, no. Semplicemente non c’è più bisogno di chiedere loro il grano per sfamarci, perchè la nostra produttività è sufficiente a garantirci il cibo di cui abbiamo bisogno.

Perchè infine i nostri figli possono studiare? Per legge, ancora? No, ancora non è questo. Le leggi non possono cambiare il mondo, le leggi CERTIFICANO che il mondo è cambiato. E’ semplicemente successo che i quaderni costassero poco rispetto al nostro reddito. Tutto qua.

Tutte le volte che sento dire che l’Italia è un paese destinato alla decadenza perchè non investe nella cultura mi viene sempre da immaginarmi quel ragazzino di tre anni, che forse assomigliava un po’ a mio figlio, e che andava in giro per le colline abbruzzesi con tre pecore.

No, signori uomini di cultura. Le cose importanti non sono quelle che voi nominate con la pancia piena, senza pensieri per il vostro futuro e senza conoscenza del nostro passato. Voi credete che il mondo sia sempre uguale a se stesso, che se oggi siamo tutti a discettare del nuovo modello di iPhone lo faremo anche fra dieci o cento anni. Ma cento anni fa – non duemila anni fa – un ragazzino doveva augurarsi di fare il minatore, per essere sicuro di non morire di fame, e sperare di non morire sepolto dentro una miniera di carbone.

Cosa farà questo paese per i prossimi cento anni, per garantire che mio figlio e tutti i ragazzi come lui non debbano andare a pascere pecore a tre anni e a lavorare in miniera a quindici? Non lo sapete? Non ne avete idea? Esatto. QUESTO è il problema che voi rappresentate.

Siete i custodi del sapere, ma non avete nessuna idea di come utilizzarlo.

lunedì 16 agosto 2010

Ma che te rode?

Una mia amica ha avuto la voglia di leggersi i miei post, e dopo la lettura, mi ha trasmesso alcune impressioni; le avevo promesso una risposta articolata (ossia, chilometrica), che riporto qui di seguito.

E’ però necessaria una premessa, che spieghi perchè io scrivo i post.

Per me, scrivere è un modo per levarmi cose dalla testa, semplicemente: io faccio automaticamente riflessioni su quello che vedo, e queste riflessioni tendono a ronzarmi nel cranio per giorni. Scrivere un post è un meccanismo comodo e semplice per levare dalla testa questo pattume, e potermi occupare in modo più concentrato di cose che mi interessano davvero, perchè magari aiutano me, la mia famiglia o le persone che mi sono care.

In questo senso, io non cerco di convincere nessuno di quello che dico: se sostengo che il partito X è governato da un gruppo di idioti e che dovrebbe sparire dal parlamento, non mi aspetto che i suoi elettori cessino di votarlo. NON sto cercando di cambiare il mondo, anche perchè cambiarlo da un blog è una tesi talmente cretina che non merita neppure di essere confutata.

Per lo stesso motivo, io scrivo piuttosto rapidamente: questo NON è un articolo per Foreign Policy, è un post su un blog scritto in dieci minuti. Quindi posso anche dire cose interessanti, ma non ho il tempo e le energie per preparare un corposo saggio su un qualsiasi argomento che non riguardi il mio lavoro.

Ora, veniamo alle obiezioni.

La prima obiezione che la mia amica mi fa è di essere troppo sarcastico, tagliente e velenoso, laddove lei preferirebbe un approccio più orientato al dialogo e al rispetto dell’altrui posizione.

Dal mio punto di vista ci sono due tipi di questioni su cui discutere:

a) la fisica di un sistema;

b) le opinioni politiche.

La fisica di un sistema è quello che è il suo comportamento osservato: se volete, sono le “leggi” che lo regolano, e che noi deduciamo attraverso l’osservazione empirica. Un esempio di queste leggi è la fisica propriamente detta, che è appunto basata su osservazioni e leggi empiriche dedotte attraverso un processo razionale; un altro esempio sono le leggi politiche descritte da Macchiavelli nel suo Principe.

La fisica di un sistema è al di fuori del controllo dell’osservatore, e delle sue preferenze: se un palazzo crollando uccide un neonato, la cosa non ci piace, ma non possiamo “modificare” la fisica del sistema perchè non ci piace il risultato prodotto: dobbiamo lavorare all’interno di tale fisica e di tali leggi per ottenere il risultato che vogliamo – nel nostro caso, garantire la statica dei palazzi che costruiamo.

Inoltre la fisica di un sistema è decidibile: possiamo verificare empiricamente se un certo sistema ha una certa fisica oppure no, ossia se obbedisce a certe leggi oppure no. Ovviamente la scienza politica e la statica hanno gradi di approssimazione diversi, ma non sono soggetti a un consenso per essere veri: un muro instabile tende a crollare, anche se tutti gli ingegneri votano che resterà in piedi, e un bene scarso tenderà ad aumentare di prezzo quando aumenta la domanda, indipendentemente da quello che ne pensano gli economisti.

Dalla parte opposta ci sono le opinioni politiche, per esempio, se sia meglio fare la facciata di un palazzo rossa oppure gialla. Qui non abbiamo criteri per stabilire cosa sia “meglio” o “peggio”, non c’è nessun calcolo da fare; in questo caso si mette la cosa ai voti, e decide semplicemente la maggioranza, anche se ha deciso per una facciata viola a pallini gialli.

In democrazia noi mettiamo ai voti tutto quello che non riguarda la fisica del sistema: non è un voto che deve decidere quanto fare alto un argine, o quanto grano ammassare per l’inverno: abbiamo modelli che ci permettono di deciderlo in modo piuttosto preciso. E’ invece un fatto da decidere a maggioranza quando fare le feste e quante feste fare, quanto lavorare e così via.

Quello su cui io sono ferocemente sarcastico è la tendenza a trasformare pezzi della fisica del sistema in opinioni politiche: ossia accreditare l’idea che affermazioni chiaramente in contrasto con la fisica, l’economia, la storia e la logica debbano essere rispettabili in quanto opinioni lecite. Con questo criterio possiamo mettere ai voti quanto deve essere alto un argine, quando cemento mettere in un pilastro, quanta energia ci serve e così via. Il risultato di questo approccio è tipicamente un disastro sul medio termine: siccome non possiamo andare contro la fisica del sistema, prima o poi questa ci ritorna addosso e ci fa fare la figura degli inetti. Per fare un esempio pratico, se decido di non costruire centrali nucleari E sono un paese privo di risorse energetiche, finirò con l’importare moltissima energia da altri paesi, compresa energia elettrica prodotta da energia nucleare in centrali vicini al mio paese.

Il che ci porta a un secondo gruppo di obiezioni: quelle relative alla democrazia. In uno dei miei post sostenevo che un politico deve ascoltare le richieste dei propri elettori, e agire di conseguenza; nel caso specifico l’affermazione era su occuparsi dei bambini soggetti a molestie in famiglia, rispetto a quelli aggrediti in luoghi pubblici. La mia amica obiettava che un politico dovrebbe occuparsi di entrambe le questioni, perchè ovviamente non esistono bambini peggiori degli altri.

L’obiezione è comprensibile, ma è sbagliata. In una democrazia un politico è eletto per fare le cose che gli elettori vogliono che faccia – indipendentemente da quello che dice il politico o l’elettore. Questo perchè il politico ha la fonte del proprio potere nel consenso che è in grado di raccogliere a ogni successiva elezione. Se io voglio che il politico si occupi dei bambini molestati in famiglia, io non devo convincere il politico, devo convincere i suoi elettori. In una democrazia, NESSUN problema che non sia chiaramente espresso e richiesto da un gruppo ragionevolmente ampio di elettori e che non comprometta la stabilità immediata del sistema stesso sarà perseguito da un qualsiasi politico.

La Lega, per fare un esempio, raccoglie un enorme consenso su aspetti che altri partiti – in particolare di sinistra hanno per anni negato che fossero problemi: l’integrazione degli immigrati e la sicurezza, tanto per fare due esempi pratici. Alla fine gli elettori di sinistra hanno smesso di votare per certi partiti, e ne hanno cominciato a votare altri che li stavano a sentire.

Per fare un esempio speculare, se consideriamo la situazione dei braccianti immigrati del Sud, vediamo esattamente lo stesso comportamento: siccome nessun politico è interessato davvero al problema (intendo che ritiene di poter ottenere consenso significativo su questo) semplicemente nessuno si occupa delle condizioni di persone chiaramente esposte a condizioni di vita semischiavistiche, laddove nelle stesse regioni ci si dispera perchè ad alcuni lavoratori è stato chiesto di non ammalarsi in modo eccessivo.

Questa è la fisica del sistema chiamata “democrazia”. Almeno così l’ho capita io.

domenica 15 agosto 2010

La sorveglianza della Banca d'Italia

Se siete giovani e ingenui, o anche se siete vecchi e ingenui, potete leggere il risultato della visita ispettiva della Banca d’Italia al Credito Cooperativo di Firenze, già diretto dall’attuale coordinatore del PdL Verdini, e giocare a indignarvi.

Che indecenza! Che cose mostruose! Crediti dati in modo arbitratio a persone non affidabili! Conflitti di interessi! Che mondo signora, che gente!

Se invece siete come me, guardate a queste cose e vi viene da sorridere: si tratta, generalmente, di cose che avvengono tutte ex post, quando la Banca d’Italia deve mettere una pezza al fatto di non aver visto niente.

Vediamo un po’ due episodi.

Il primo è il Crack Parmalat, dove una società di rilevanza internazionale riuscì a truffare migliaia di risparmiatori. Ora, vorrei ricordare che la Parmalat era enormemente esposta verso le grandi banche italiane (e straniere, ma non è importante); che i suoi bilanci, come ebbe a dire l’amministratore staordianrio Enrico Bondi, erano palesemente falsi e truccati; e che si stava parlando di esposizioni per MILIARDI di euro, non per qualche centinaia di migliaia di euro. La Banca d’Italia aveva i mezzi per conoscere queste cose – e se non li ha, francamente non si capisce la sua utilità. Semplicemente non era interessante accorgersene.

Il secondo riguarda Pisa e la vicenda della Cassa di Risparmio di Pisa. Diciamo che la Cassa, dietro la guida di Fiorani, cominciò una serie di operazioni “azzardate”, tipo prelevare forzatamente soldi da tutti i correntisti, oppure offrire prestiti a imprenditori in difficoltà per comprare azioni del proprio aumento di capitale. Di tutto questo – e di molto altro, che evito di raccontare per non prendermi querele – la Banca d’Italia non si accorse, anzi: vorrei ricordare le telefonate di Antonio Fazio, allora governatore della Banca d’Italia, per congratularsi con Fiorani alla sua scalata all’Antonveneta, eccetera eccetera eccetera.

La mia personale conclusione è che vedere il mondo bancario in generale, e la Banca d’Italia in particolare come un’isola felice di buon governo e di legalità è semplicemente illusorio. E’ un potere che sta in Italia, e gioca al gioco di tutti i poteri che stanno in Italia.

Ah sì: se qualcuno cita Ciampi, lo invito a rileggersi “Un eroe borghese” di Corrado Stajano. Tanto per non fare finta che le persone nascano a settant’anni e non abbiano un passato.